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Attività e Programmi Internazionali

Dietro le quinte. Breve cronistoria dei lavori del gruppo MiBAC-MiUR-Regioni

Caterina Bon Valsassina

La rinnovata attenzione del Ministero per i beni e le attività culturali (da ora in poi Ministero) alla riforma-riordino della disciplina dei restauratori di beni culturali prese avvio nel maggio del 2004, per dare attuazione ai regolamenti attuativi dei commi 7, 8 e 9 dell’art.29 e dell’art. 182 del Codice dei beni culturali e del paesaggio (D.Lgs. n. 42 del 22 gennaio 2004). Sotto il Ministro Giuliano Urbani e per impulso del Capo dell’ Ufficio Legislativo Mario Torsello venne costituito un gruppo di lavoro misto di esperti del MiBAC, MiUR e Regioni, coordinato dal consigliere Pierfrancesco Ungari, gruppo del quale facevano parte, tra gli altri, i direttori degli istituti del Ministero preposti istituzionalmente all’insegnamento del restauro con le Scuole di alta formazione e studio (da ora in poi SAF) dell’ ICR (dal 2008 ISCR), dell’ OPD, dell’ ICPL (dal 2008 ICPAL).

Da allora sono passati cinque anni e, dopo un percorso lungo e travagliato, costellato da piccoli avanzamenti (D.Lgs. n.156 del 9 aprile 2006, art. 29, commi 9 e 9 bis e il D.Lgs. n. 62 del marzo 2008), momenti di stallo, tentativi da più parti di ostacolare una definizione normativa che per forza, come tutte le regole, non avrebbe potuto accontentare tutti i soggetti coinvolti, i lavori sono stati ripresi con vigore nell’aprile del 2008.

Sotto il Ministro Sandro Bondi, con di nuovo alla guida dell’ Ufficio Legislativo Mario Torsello e con la paziente e attenta regia del consigliere Ungari  ha finalmente visto la luce nel 2009 la disciplina regolamentare della professione con i decreti ministeriali 53 (disciplina transitoria), 86 (definizione delle competenze del restauratore di beni culturali) e 87 (definizione dei criteri e standard di qualità per la formazione dei restauratori di beni culturali).

E’ facile, ora che l’obiettivo è stato raggiunto, criticare un risultato che può certamente avere punti di fragilità, ma il cui punto di forza, atteso da almeno trent’anni da tutto il settore della conservazione e del restauro, sia sul versante della tutela (MiBAC) che su quello della formazione (MiUR, Regioni), è quello di aver regolamentato con una normativa ad hoc una professione, quella del restauratore, per anni esaltata a parole e frustrata nei fatti. Uno dei punti più qualificanti è soprattutto quello di aver, a mio avviso, saputo conciliare, con il decreto regolamentare interministeriale MiBAC/MiUR n. 87 del luglio 2009, le esigenze della formazione con quelle della tutela.

I piani di studio allegati a quest’ultimo decreto sono il frutto più importante di un lavoro di collaborazione costante fra esperti dei due ministeri, svolto in due fasi.

Nella prima fase i protagonisti trainanti del gruppo di lavoro sono stati  Pietro Petraroia, Direttore Generale della Regione Lombardia con Carlo Federici, ex Direttore dell’ ICPL; Claudia Alliata e Carlo Modica, rappresentanti rispettivamente l’una dell’insegnamento del restauro nelle Accademie di Belle Arti e l’altro consigliere giuridico per il MiUR oltre, ovviamente, ai direttori delle SAF del Ministero. Si arrivò così nel marzo del 2005 alla redazione di un testo normativo condiviso fra MiBAC, MiUR e Regioni e con l’elaborazione di piani di studio ancora non sufficientemente adeguati a quelli normati dall’Università. Il decreto ebbe perciò la bocciatura del CUN (Consiglio Universitario Nazionale) che espresse un parere negativo articolato in più punti alla fine del 2007.

Su questa base, per risolvere i quesiti posti dal CUN, ebbe inizio la seconda fase dei lavori, durante la quale venne costituito un gruppo di studio misto di esperti indicati dagli organi collegiali consultivi dei due ministeri, il Consiglio Superiore dei beni culturali e il CUN. Per il MiBAC vennero designati i membri del Consiglio Giovanni Carbonara, Marisa Dalai Emiliani, Maria Guercio e il direttore dell’ ISCR Caterina Bon Valsassina); per il MiUR esperti del CUN e dell’ AFAM (Alta Formazione Artistica e Musicale, cui fanno capo le Accademie di Belle Arti), sotto la guida del Vice presidente del CUN Enzo Siviero. Il gruppo si è riunito da gennaio a maggio 2008 con cadenza mensile, confrontandosi su tutto il testo legislativo del regolamento attuativo del comma 8 dell’art. 29 e soprattutto sull’allegato relativo ai piani di studio, alla presenza, di volta in volta, dei docenti universitari e delle Accademie di Belle arti rappresentanti degli ambiti scientifico-disciplinari direttamente e indirettamente afferenti al settore della conservazione e del restauro.

Sono stati mesi appassionanti di scambi, anche di polemiche, tutte comunque estremamente stimolanti e utili, tanto da permettere di poter dire, oggi, dopo la pubblicazione del decreto n.87/2009 sulla Gazzetta Ufficiale, che quel decreto è davvero frutto di un percorso condiviso fra i due ministeri. Condiviso, si badi, non significa accettato all’unanimità da tutti, significa il frutto di una serie di mediazioni costanti per raggiungere un equilibrio fra esigenze della formazione e esigenze della tutela, nella consapevolezza che la formazione dei restauratori di beni culturali è uno degli aspetti più delicati e importanti della tutela del patrimonio artistico.

Il decreto attuativo n.86/2009, che definisce i profili di competenza dei restauratori e degli altri operatori che svolgono attività complementari al restauro, stabilisce innanzitutto che quella del restauratore è una professione, non un mestiere. E’ questo il punto di forza del decreto, che vede finalmente riconosciuta questa figura professionale.

Giorgio Bonsanti ha recentemente evidenziato criticamente nel Giornale dell’arte di settembre 2009 che nel decreto n.86/2009 vi siano ancora “zone d’ombra” e ambiguità sulla definizione delle diverse responsabilità fra il restauratore e le figure degli archeologi, archivisti, bibliotecari, storici dell’arte che hanno fino ad oggi diretto in prima persona i lavori di restauro e, ancora, fra il restauratore e gli esperti scientifici: è vero, Bonsanti ha ragione, ma, allo stesso tempo, è difficile suddividere in modo netto le diverse competenze in un processo complesso come è diventato, anche alla luce delle nuove tecnologie, un intervento di conservazione e restauro. Fino ad oggi, salvo rari casi ancora sporadici, la figura del restauratore era, di fatto, subordinata a quella degli storici dell’arte, archeologi, ecc…, cioè alle figure professionali con funzioni direttive nel Ministero fin dalla sua nascita.

Da ora in poi sarà necessario, per ciascuno, sintonizzarsi su cosa davvero significhi, in pratica, lavorare insieme. E, certamente, ci saranno, fra tutte le figure professionali citate sopra, persone ancora incapaci di capire che la domanda giusta da porsi, di fronte a un intervento di restauro, non è “chi comanda?”, ma, piuttosto, “cosa bisogna fare?”. Dovrebbe essere il progetto di restauro a unificare quello che la soggettività dei singoli tenderebbe a dividere. Il decreto n.86/2009 riconosce una volta per tutte il principio  che il restauratore di beni culturali ha pari dignità e peso rispetto a tutte le altre figure coinvolte nelle decisioni su un intervento di restauro, nel quale, oltretutto, è il protagonista in prima linea.

Con la nuova normativa è finalmente stata fatta chiarezza su chi è e cosa deve saper fare il restauratore di beni culturali, quali sono le altre figure con cui deve rapportarsi, differenziando per la prima volta in modo non ambiguo, sia a livello di formazione che di definizione del profilo, la figura del restauratore - l’unico autorizzato a eseguire un intervento diretto sui beni culturali - da quello del conservation scientist.

Fare ordine nel caos non è impresa facile e il caos si è sedimentato negli ultimi decenni in forme molteplici e articolate, pericolo paventato dal direttore dell’ICR Giovanni Urbani fin dal 1974, quando affermava che, in mancanza di una regia forte da parte del Ministero sulla formazione dei restauratori, avrebbero finito per concretizzarsi i propositi di iniziative analoghe da più parti (regioni, istituti di istruzione artistica, …) che porterebbero a immettere nella professione elementi scarsamente preparati ma in possesso di un titolo di studio specifico, ai quali l’amministrazione sarebbe costretta presto o tardi a far posto” (G. Urbani, Attività di restauro e conservazione: proposte per un piano nazionale di sviluppo a breve termine, [1974], in C. Bon Valsassina, Restauro made in Italy, Milano 2006, p.249).

Il caos che si è trovato di fronte l’Ufficio Legislativo nel 2004 era ben peggiore dei peggiori presagi di Giovanni Urbani. A questo caos la nuova disciplina dei restauratori di beni culturali ha tentato di dare un ordine, nella consapevolezza che, nell’epoca della complessità, come è stato definito il tempo presente, “l’evoluzione è caos più retroazione” (J. Gleick, Caos. La nascita di una nuova scienza, 1 ed. americana 1987, Milano, 2000, p.306).

 

*Direttore della Soprintendenza Speciale per il Patrimonio storico, artistico ed etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Venezia e dei comuni della Gronda lagunare e già Direttore dell’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro