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Attività e Programmi Internazionali

Prospettive di contrasto al traffico illecito di beni culturali (Paolo Giorgio Ferri)

Paolo Giorgio Ferri (Sostituto Procuratore della Repubblica)

Va preliminarmente osservato come la divisione tra paesi per così dire importatori ed esportatori di beni culturali non soddisfi più alcuno, né sotto il profilo dei principi, né con riguardo alla concreta esperienza: i beni culturali vengono ad essere ritenuti un valore universale dell’intera specie umana e la loro decontestualizzazione è danno per tutti e non solo per il paese che la sopporta. E d’altra parte, in pratica, spesso e sovente, uno stesso ordinamento risulta essere paese d’importazione di beni culturali altrui ed esportatore del proprio patrimonio.
Occorre poi segnalare come la criminalità nel settore dei beni culturali, sovente transfrontaliera, sia estremamente agevolata dalle barriere doganali esistenti e dalle difficoltà che hanno i vari ordinamenti non solo ad emanare una uniforme legislazione, ma addirittura a coordinarsi tra di loro.  Ed a  questo proposito, lo strumento della rogatoria - attualmente il principale mezzo per richiedere investigazioni in territorio estero - va ritenuto sempre più inefficace e comunque insufficiente, nonostante i lodevoli correttivi previsti.
A questa sintetica esposizione delle principali problematiche in materia, consegue una prima considerazione. Vale a dire, quanto meno a livello europeo, le strutture investigative, per avere una qualche possibilità di successo, per contenere la delinquenza di settore debbono: avere un grado assai elevato di mobilità; poter comunicare tra di loro in tempo reale; ed essere coordinate da organismi non solo consultivi ma soprattutto condivisi e costituiti su base internazionale. Solo questo potrà consentire di ridurre il flusso delle operazioni illecite e di raccogliere prove che siano utilizzabili in quei sistemi che dovranno procedere penalmente.
Non è infatti più concepibile che le barriere doganali siano effettive solo per le agenzie investigative; mentre la delinquenza di settore è libera di muoversi in modo quasi indisturbato con operazioni che non conoscono limiti spaziali e che si concludono a livello internazionale in tempi prossimi allo zero (si pensi alle infinite possibilità offerte dal mercato telematico).
Va anche sottolineato che l’adeguatezza normativa di un ordinamento e la sua efficace risposta non giova completamente oramai né a tale sistema né agli ordinamenti che con lui condividono la medesima area culturale o semplicemente una tradizione di interscambio.
Invero, la criminalità di settore non solo conosce tutti i momenti deboli e comunque che possono essere di vantaggio all’illecito traffico; ma anche opera con un sistema di triangolazioni sfruttando come recapiti (in genere transitori) quegli ordinamenti più permeabili; per poi avviare i beni culturali anche verso quei Paesi ove la protezione è congrua ed effettiva.
Senza poi considerare che l’effettività di tutela di un determinato ordinamento finisce per danneggiare quei sistemi - i quali non sempre sono  contermini - che non hanno una struttura adeguata di contrasto: è difficile infatti pensare che la delinquenza di settore intenda rinunciare agli alti profitti che consegue da questo illecito traffico, visto che le è sufficiente indirizzare la propria attenzione verso altre nazioni ricche di vestigia, ma per lo più impossibilitate a reagire per inesperienza o per insufficienza di risorse economiche.
Va anche detto come ogni opportuna azione di contrasto a questo fenomeno criminale non possa mai essere ritenuta eccessiva, specie se si considerano i guadagni conseguiti e i danni causati.
Basta, infatti, considerare il valore economico di molti beni culturali, sovente venduti sul mercato internazionale per svariati milioni di euro. Ma una considerazione è ancora più decisiva: su base statistica, per trovare uno solo di tali importanti oggetti, è necessario scavare almeno dieci o più siti archeologici, i quali, di conseguenza, vengono assieme ai singoli beni alterati, devastati, privati della loro originaria composizione e contesto e definitivamente perduti rispetto alla ricerca scientifica, con danno irreparabile alla cultura e alla storia, trattandosi di fonti di conoscenza non rinnovabili.
Per un efficace recupero dei beni culturali e per un migliore contrasto alla criminalità di settore, occorre pure richiamare l’attenzione su quella cooperazione per così dire preventiva tra gli ordinamenti maggiormente interessati ai fenomeni in esame, che ad oggi è raramente attuata e addirittura presa in nessuna considerazione (da affidare invece ad organismi di coordinamento internazionale).
Gli esiti di tale cooperazione, al contrario, contribuirebbero a monitorare il mercato dei beni culturali in tutti quei Paesi (e sono molti, se non tutti) che hanno ratificato una o più delle Convenzioni in materia, le quali sempre, almeno implicitamente, richiedono un’attività di vigilanza, obbligando comunque ad informare il Paese di origine di ogni offerta sospetta di suoi beni culturali. Tali spontanee informazioni renderebbero note, con opportuna tempestività, non solo le illecite transazioni che sono in corso, ma anche vere e proprie tendenze di mercato, nelle sue fonti di approvvigionamento.
Sarebbe ovviamente consentita al Paese di origine una più efficace reazione. E non solo il traffico illecito verrebbe sin dal suo insorgere scoraggiato; ma pure la parte di mercato rispettosa delle regole riceverebbe beneficio, non essendo più esposta alla concorrenza di soggetti che invece devono esserne espulsi, senza poi dover temere azioni di rivendica, in tempi successivi e comunque costose.  
Se si avviasse tale cooperazione preventiva, inoltre, molte aree o situazioni che possono recare pregiudizio al patrimonio culturale verrebbero a trovare precisi limiti. Si intende far espresso riferimento ai porti franchi, alle case d’asta e a tutti quei luoghi e persone che scientemente o meno contribuiscono a rendere più problematico un efficace contrasto, pur essendo sicuro riferimento di un traffico intenso di beni culturali.
Al riguardo, si deve considerare che il Paese di importazione o di mercato di determinati beni culturali è chiamato, sulla base delle Convenzioni di settore ad onorare le leggi e sovente anche i provvedimenti del Paese di origine, attraverso un processo di adeguamento o meglio di assimilazione. E’ infatti indubbio che in materia si sia formato un preciso ordine pubblico internazionale, il quale risulta articolato e regolato alla stregua non solo di tutta la legislazione convenzionale e pattizia, ma anche e soprattutto dalle legislazioni nazionali che distribuiscono la proprietà e la circolazione dei beni culturali (e ciò in termini non giuridici può essere tradotto con l’affermazione -oramai condivisa da quasi tutti- che un bene culturale portato fuori dal suo contesto riceve un danno non solo economico, ma soprattutto culturale).
E questa constatazione pone l’accento sugli in-put normativi e giurisprudenziali che sono destinati a variare specie con riferimento a concetti per così dire elastici. Occorre, invero, dare un contenuto a situazioni soggettive (ad esempio di buona e di mala fede, a loro volta immagini speculari del suddetto ordine internazionale) le quali sono legate per lo più a massime di esperienza e quindi all’evolversi del comune sentire. Senza un oggettivo parametro ogni valutazione al riguardo diviene un arbitrio o comunque una dubbia operazione, con astrazione da dati concreti.
E va ricordato che tali situazioni soggettive sono il più delle volte centrali rispetto alle concrete problematiche di rimpatrio di beni culturali.
Riassumendo, possiamo segnalare come, sebbene con estrema difficoltà e talora in tempi assai lunghi, la percezione delle problematiche legate al traffico illecito di beni culturali sia mutata. Ed al riguardo, anche attraverso le misure anzi segnalate, deve essere ricercata la più amplia armonizzazione, iniziando con l’assimilazione delle legislazione dei Paesi di origine; con un processo che potrà poi portare al finale risultato, vale a dire la creazione di una normativa internazionale uniforme.