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Attività e Programmi Internazionali

“We are more”: da Jean Monnet alle origini del Programma Cultura (Marzia Santone)

Marzia Santone: CCP ITALY, Ministero per i Beni e le Attività Culturali



We are more è la campagna lanciata nell’ottobre 2010 da Culture Action Europe1: uno strumento di advocacy, dallo stile bottom up, per invitare tutti gli stakeholders che operano nel settore culturale ad esprimersi sul ruolo dell'arte e della cultura in Europa. Rinegoziazione del budget europeo per l'Agenda 2014-2020 e futuro del programma Cultura 2007-13 alla luce dell'Europa 2020 sono le key words della campagna. Ma “we are more” rispetto a che cosa? É necessario un termine di paragone, un ritorno alle origini del Programma Cultura.
Ridisegnare le origini del Programma Cultura 2007-13, in vista della futura programmazione che partirà dal 2014, non può prescindere da una breve analisi della storia della politica culturale europea. La cultura si è sempre aggirata come un fantasma nell'Europa. Un fantasma che nessuno vede o vuole vedere2. Si aggira tra carbone, acciaio, simbolismi e rimpianti, fino ad avere per la prima volta una voce propria, sebben modesta, nell'articolo 151 del Trattato di Maastricht:

  1. L'Unione contribuisce al pieno sviluppo delle culture degli stati membri nel rispetto delle diversità nazionali e regionali, evidenziando nel contempo il patrimonio culturale comune.
  2. L'azione dell'Unione è intesa ad incoraggiare la cooperazione tra stati membri e, se necessario, a sostenere e a completare l'azione di questi ultimi nei seguenti settori: 

  • il miglioramento della conoscenza e della diffusione della cultura e della storia dei popoli europei;
  • conservazione e salvaguardia del patrimonio culturale di importanza europea;
  • scambi culturali non commerciali;
  • creazione artistico letteraria compreso il settore audiovisivo.

Nel paragrafo successivo si afferma che Unione e stati membri favoriscono la cooperazione con paesi terzi e con le organizzazioni internazionali che agiscono nel settore culturale, citando in particolare il Consiglio di Europa. Nel quarto, infine, l'Unione si impegna a tener conto degli aspetti culturali di tutte le sue modifiche.

Questo singolo articolo rappresenta la base legale del Programma Cultura. Risulta evidente che la competenza assegnata alla politica culturale sia piuttosto limitata: l'UE, tramite la politica culturale, può effettuare solo azioni di coordinamento, integrazione e sostegno (l'attuale trattato di Lisbona, tramite l'articolo 167 non apporta sostanziali modifiche). Il deficit di competenze esclusive e concorrenti è lo specchio del dibattito estenuante sul ruolo della cultura e di tutte le sue espressioni nella storia dell'Europa.

Tuttavia, per capire le cause di questo dibattito, è necessario procedere a ritroso. Nel 1952  nasceva la CECA3: Jean Monnet, l'ideatore, era già cosciente del fatto che l'Europa era qualcosa di più che il prezzo del carbone e dell'acciaio. Diversi anni dopo (era il 1982) Jack Lang, Ministro della Cultura francese durante l'era Mitterand, cercava di proporre un primo incontro dei ministri della cultura europei.

Scrive Lang:

cercavo di convogliare una riunione dei ministri dei miei colleghi comunitari, ma non c'era nulla da fare. Quelli dell'Agricoltura sì, quelli della Cultura, no [...] allora, per essere più convincente, citai Monnet al condizionale. Dissi: penso che, se egli tornasse ad interrogarsi, non ricomincerebbe dal mercato comune, ma dalla cultura4.”

Così inizia il mito del rimpianto di Jean Monnet.

Se guardiamo alla storia della politica culturale europea, infatti, sembra di assistere alla storia di una negazione.

Roma, 25 Marzo 1957: nasce l'Europa del carbone, dell'acciaio e dell'energia atomica. Nessun cenno alla cultura. Nonostante la retorica sulla comune eredità culturale, che dovrebbe essere sostenuta e rafforzata per dar senso alla Comunità a cui si auspica, si prendono in considerazione solo merci e servizi. La cultura viene relegata nell'angolo morto del panorama europeo, come precisa molti anni dopo A. M. Autissier, ne l'Europe de la Culture5.

Tuttavia, dopo l'irruenza di Jack Lang, nel 1982 le riunioni dei ministri della cultura hanno luogo e inizia un timido tentativo di liberare la politica culturale dall'angolo morto in cui era stata confinata. Un'Europa dal volto umano sembra prendere forma: nel 1983 la dichiarazione di Stoccarda raccomanda che si studi dovunque la storia d'Europa. Nel 1984, la Dichiarazione di Fontainebleau auspica alla promozione dell'identità europea. Nel 1989 Melina Mercuri, allora ministro della cultura della Grecia, promuove l'iniziativa “città europee della cultura”.

Qualcosa si muove e nello stesso 1998 si inizia a plasmare la kora dei primi programmi sulla cultura, gestiti da un'agenzia esecutiva ad hoc: “Caleidoscopio, Raffaello, Arianna”.

Caleidoscopio era il programma di sostegno alle attività artistiche e culturali di dimensione europea (tramite attività quali eventi, scambi, formazione, cooperazione). Raffaello invece, era stato pensato per la promozione del patrimonio culturale europeo, mentre Arianna era ancora più mirato, dal momento che proponeva sovvenzioni per il libro e la letteratura, finanziando traduzioni e formazione degli operatori.

Procedendo sempre à rebours torniamo, così, a Maastricht e al primo Programma Quadro Cultura 2000, il quale nasce dal tentativo di unificare i programmi sopra illustrati, al fine di rafforzare l'efficacia dell'azione comunitaria. Cultura 2000 ha il progetto ambizioso di diventare lo strumento principale della politica culturale. Infatti, è solo grazie al Programma che la vaghezza dell'articolo 151 inizia a prendere forma. L'obiettivo generale del programma consiste nella costruzione di uno spazio culturale comune, pur sempre ricordando le diversità culturali europee. Gli obiettivi specifici, invece, consistono nella mobilità dei professionisti e dei creatori della cultura, nonché la promozione della cultura come fattore di sviluppo economico ed inclusione sociale. Il budget messo a disposizione dalla Commissione, tuttavia, rimane piuttosto imbarazzante: 167 milioni di euro erano distribuiti in 5 anni.

Siamo tornati, così, all'incipit: il futuro del Programma Cultura e la campagna We are more.

I punti di debolezza dell'attuale programma consistono in un budget limitato (400 Mil di euro per 7 anni) e nel carattere elitario della maggior parte dei settori che lo compongono, dal momento che il cofinanziamento CE è pari al 50% e la capacità operativa (ossia il curriculum del partenariato) richiesta è pari a 2 anni. Ne consegue che le piccole associazioni culturali e i piccoli comuni sono spesso relegati alle periferie del Programma e, in extremis, sono impossibilitati ad accedere ai bandi.

 Nonostante tutto le esperienze e i risultati degli ultimi 3 anni dimostrano che la raison d’être del Programma consiste nella necessità di cercare nuovi orizzonti e nuove forme di cooperazione tramite partenariati sperimentali. Questa necessità è imposta dai nuovi paradigmi dettati dall'Europa: se nell'ultimo decennio si parlava di “Trattato di Maastricht e Strategia di Lisbona”, nel nuovo decennio troviamo all'ordine del giorno il “Trattato di Lisbona e l'Europa 2020”, che gira sui cardini dell’innovazione, della crescita e dell’occupazione.

L'eco del rimpianto di Jean Monnet irrompe nella campagna We are more: la costruzione funzionalista della CEE, cede il posto alla crisi dell'euro. Icastico il caso della Grecia. É necessario ripartire dalla cultura, o, meglio, investire nella cultura. La cultura è movimento di idee, persone; la cultura può creare occupazione, stimolare le cosiddette industrie culturali e creative, sostenute dal Green Paper e dall' Agenda Europea per la Cultura, il primo documento ufficiale della politica culturale europea. Infatti, nel secondo obiettivo dell’Agenda Europea per la Cultura si parla di culture as a catalyst for creativity. Ma è necessario che la Commissione, in primis, aumenti il budget del Programma per la prossima programmazione.

I fautori di We are more propongono un approccio democratico, tramite la formulazione di nuovi obiettivi specifici per il Programma del 2014: piena ed uguale partecipazione nella cultura; sviluppo sostenibile del settore, sperimentazione artistica e culturale in campo economico, sociale e interculturale. I settori, invece, dovrebbero essere più mirati e corrispondere a:

  • Laboratori volti a sostenere sperimentazioni e progetti pilota, così come la ricerca e lo sviluppo con una partecipazione più flessibile tramite livelli più alti di co-finanziamento, in modo da agevolare la partecipazione di strutture più piccole e dei new comers.
  • Sostegno strutturale pluriennale.
  • Iniziative europee a livello culturale: al fine di sostenere le azioni che rafforzano la partecipazione transnazionale dei cittadini.

É ancora difficile valutare se sarà un'impresa ciclopica. Rimane il fatto che il rimpianto di Monnet ritorna e forse potrebbe non essere troppo tardi. Bisogna, pero, tenere in considerazione le variabili di un eventuale incremento del budget e la spada di Damocle che pende sull'Europa 2020. A tal proposito è necessaria una breve precisazione. Dopo l'esperienza negativa della Strategia di Lisbona la voce degli euroscettici si fa sentire sempre di più. Anzi, la responsabilità del raggiungimento degli obiettivi della nuova strategia ricadrà ancora di più sugli stati membri: gli obiettivi generali, giudicati raggiungibili, saranno infatti tradotti in obiettivi nazionali. Questa è la grande differenza con la strategia dell'agenda di Lisbona: tenere conto delle differenze tra paese e paese. Ogni Stato UE dovrà, infatti, presentare ogni anno il suo programma con dentro i traguardi che intende conseguire rispetto ai parametri di riferimento.

Barroso avverte: il 2010 deve segnare un nuovo inizio, perché “mantenere lo status quo ci condannerebbe inevitabilmente a un graduale arretramento e relegherebbe l'Europa a un ruolo mondiale di secondo piano.
Gli ultimi due anni hanno segnato la perdita di milioni di posti di lavoro e la cancellazione di risultati raggiunti nell'ultimo decennio, con la produzione industriale precipitata sui livelli 1999: ci vorranno da due a quattro anni per tornare sui livelli di ricchezza pro capite precedenti la crisi e ci vorrà il doppio del tempo per recuperare i livelli d’occupazione. E questo nell’ipotesi che le variabili finanziarie della speculazione e del rischio non ci preparino altre trappole
6.
Jack Lang scriveva: “lavoriamo, affermiamo l'occasione che ci è offerta: potrebbe essere l'ultima. L'Europa o sarà culturale o non lo sarà più”7.

NOTE

1  http://www.cultureactioneurope.org/network/about-us
2 L. Castellina, Eurollywood, ETS, 2008.
3 Comunità Europea del carbone e dell’acciao
4 Mammarella-Cacace, Le sfide dell’Europa. Attualità e prospettive dell’integrazione, Laterza, 1999.
5 A. M. Autissier, L’Europe de la Culture: Historie(s) et enjeux, Actes Sud, 2005.
6 http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=1404
7 Mammarella-Cacace, Le sfide dell’Europa. Attualità e prospettive dell’integrazione, Laterza, 1999.